martedì, 12 maggio 2009
Nei tanti post fatti da Karagounis negli ultimi tempi si può cogliere un filo conduttore abbastanza evidente, radicato in un'indagine del ruolo dell'uomo come animale sociale e come animale politico.
Sopratutto le riflessioni sulla rivoluzione e i suoi fallimenti mi hanno ultimamente spinto a riconsiderare alcune delle mie conclusioni maturate ai tempi dell'università sull'argomento.
La rivoluzione in sè un anelito verso la libertà. Si tratta di rovesciare un qualcosa di obsoleto per riguadagnare un diritto di scelta, di autodeterminazione. Come osservato altrove, tale fenomeno si rivela poi sempre il ritorno ad un asservimento ad un padrone diverso.
Si rovescia un re per innestare una dittatura militare. Si abbatte un dittatore per dare inizio ad un oligarchia parlamentare. Il popolo comunque e sempre è strumento e non motore di questo cambiamento, e in seguito "vittima" - se tale si può definire che subisce non passivamente ma attivamente tale sopruso.
Ma perchè la rivoluzione fallisce? Perchè l'anelito verso la libertà dura solo un secondo?
La risposta è nota e mi trovo costretto a ripetere tesi banali e già sentite.
Il problema fondamentale è che la libertà è un fatto privato e non collettivo. Un uomo può essere libero, un popolo no. Quando l'uomo si aggrega coi suoi simili e si trova costretto a imporsi regole per la convivenza, rinuncia a parti consistenti della sua libertà al fine di ottenere serenità e quiete.
Il concetto stesso di popolo e di democrazia è antitetico a quello di libertà. In qualunque istante un gruppo di maggioranza del "popolo" potrebbe decidere di abdicare ad una parte della propria libertà determinando così il destino anche di quelli che non lo avrebbero fatto.
La libertà è un fenomeno individuale. L'uomo è veramente libero quando non è limitato dalle convenzioni e dalle decisioni dei suoi simili. E questa libertà fa paura. La libertà è un fenomeno individuale e questo fatto dimostra come l'uomo, oggi, non sia all'altezza dell'essere libero. Possiamo riempirci la bocca di grandi ideali ma alla fine delle giornata quello che il Popolo vuole è tornare a casa e sedersi davanti alla tv a guardare due veline che sculettano. Lo so, sono banale e scontanto, e forse demagogico, ma la verità è spesso banale e scontata.
La scontata verità del nostro tempo è che l'uomo non sa che farsene della libertà. Viviamo nella società dell'agio, la società del consumo. Facciamo della dipendenza dalle cose uno standard qualitativo di vita. Possedere significa essere felici, in barba dell'idea che le cose che possiedi finiscono per possedere te. La libertà non riempe la pancia, non tiene caldo la notte, non fa studiare i tuoi figli. La libertà non dà risposte sicure e non offre riparo dall'ignoto. Essere liberi è spaventoso perchè ci costringe ad affrontare ogni momento della nostra vita nell'intero spettro della nostra coscienza. Essere liberi significa scegliere. La libertà, nella sua forma più semplice, è un'assunzione di responsabilità e come tale un salto senza rete.
Ecco perchè nei momenti di crisi il popolo è ben lieto di sacrificare gran parte della sua libertà per delle sicurezze. La verità è che per la maggior parte del tempo, della libertà non sappiamo letteralmente cosa farcene.
Il pensiero anarchico si nutre dell'illimitata fiducia nella bontà e nel senso di responsabilità del singolo. Il mio pensiero anarchico si nutre dell'illimitata sfiducia nel singolo e nell'utopia dell'autodeterminazione.
mercoledì, 06 maggio 2009
... ovvero storie che se riesci a non piangere magari ti fai una risata.Leggendo le notizie stamattina mi sono imbattuto in questa "curiosità":
Multe per chi non fuma sigarette cinesi.Lì per lì mi sono detto vabbè, al protezionismo cinese ci siamo abituati, e tanto poi tra una Marlboro e una Mallbolo che differenza passa?
Un po' pentito per la battuta un po' razzista, mi sono letto l'articolo per potermi poi fustigare (come comunque merito). Peccato che il titolo dell'articolo sia poco chiaro.
Non si tratta di multe per chi fuma e non sceglie sigarette cinesi. Si tratta di multe per chi non fuma. Se poi non fumi cinese, l'articolo fa capire che cavarsela con una multa è il meno.
La situazione è questa: la contea di Gongan ha deciso di "obbligare" i dipendenti pubblici e gli insegnanti a fumare almeno 230.000 pacchetti di sigarette l'anno per sostenere l'economia locale. In breve, se tali dipendenti verranno beccati senza sigarette o peggio con cicche straniere, verranno pesantemente multati.
La faccenda è di per se grottesca da un punto di vista economico, o anche puramente logico. Ma diventa perversa e inquietante se ci si sposta su un piano di salute sociale.
Che la pubblica amministrazione cerchi di racimolare soldi tramite i balzelli può non piacere, ma ha una sua logica. Quello che è agghiacciante e denota uno spregio immenso per la dignità dell'uomo è che tale amministrazione preferisce obbligare le persone a comprare un "bene" piuttosto che tassarle direttamente. Ragioniamoci: l'effetto sarebbe identico. Invece di farmi spendere 400 euro l'anno di sigarette, mi tassi per quei 150 che alla fine prenderesti tu.
Invece si scegli di forzare le persone a comprare qualcosa che normalmente magari neanche vorrebbero, si uccide il mercato favorendo artificialmente le aziende locali, e si uccide la libertà. Una tassa è un qualcosa che si subisce passivamente, che si sopporta se non si convide ma che ci lascia liberi di dissociarci, di protestare. Costringere la gente all'acquisto significa costringerla alla complicità nel suicidio assistito del proprio libero arbitrio. La differenza è sottile ma immensa. Appartiene a quella logica mostruosa che addebita alle famiglie i costi delle esecuzioni. Appartiene a quella logica mostruosa che forza ogni persona a divenire ingranaggio della macchina per erodere ogni speranza di poterne sfuggire.
E nella mostruosità, tutto questo assumendo che le persone siano costrette a comprare ma non a consumare. Non voglio nemmeno pensare che nel paese che guiderà il mondo nei prossimi decenni si costringa la gente a uccidersi lentamente per arrotondare i bilanci.
lunedì, 19 gennaio 2009
Sì, sto con Israele.
Non è facile. Anzi, praticamente non ha senso. Come fai a stare con Isreale quando vedi i crateri delle bombe, quando senti il conto dei bambini morti, quando pensi a tutta quella gente innocente che aveva poco e ora non ha niente?
E' quasi impossibile. Più difficile ancora è spiegarlo. Fare proselitismo e convincere altri ad essere con Israele sarebbe follia, e nemmeno lo vorrei.
Si potrebbe guardare alla storia e fare molte considerazioni. Si potrebbe guardare alla nostra stessa ignoranza, a quanto poco sappiamo effettivamente di Israele e della Palestina.
Si possono trovare molte cose tragicamente ironiche in questa storia. Tante volte vedo ragazzi esasperati che vedendo le violenze israeliane sbottano dicendo "Ma chi ce li voleva là? Non era la loro terra". Però quasi tutti ignorano che, anche volendo dire che una terra persa 2000 anni fa è persa per sempre, senza Israele la Palestina non esisterebbe. I Palestinesi non esisterebbero.
Sì perchè la Siria e la Giordania mai si sono sognate di riconoscere uno stato Palestinese. La Palestina non esisteva finchè gli Israeliani non hanno deciso di riconoscerne l'esistenza. Il fatto che l'unico paese ad accreditare ai Palestinesi un'identità sia stato il loro peggiore nemico dice molto dell'importanza di avere un'isola democratica in quelle terre. Se domani Israele cessasse di esistere, dio protegga i palestinesi dai loro "alleati".
In questi momenti mi torna alla mente quella che considero una delle figure più straordinarie della storia moderna, Golda Meir. Non solo per l'unicità della sua storia - non solo per essere stata la prima donna a divenire primo ministro senza bisogno di legami di parentela, ma anche per il modo in cui lo ha fatto. Per molti versi la sua vita da ragazza in America è ancora più straordinaria, una donna capace di fare negli anni venti scelte che sarebbero state progressiste negli anni 60. Ed è una figura che incarna perfettamente il dramma di Israele.
Perchè la stessa donna che nel '48 piangeva il fatto che gli esuli arabi che fuggivano dal nuovo stato erano identici agli esuli ebrei che ci tornavano poi autorizzava le azioni punitive dopo Monaco 72. Golda Meir sapeva benissimo qual'era la maledizione che pendeva su Israele, e lo spiegò chiaramente dicendo "i musulmani possono combattere e perdere, e poi tornare a combattere ancora. Israele può perdere una volta sola". Guardiamo alla realtà, saltando a piè pari la legittimità dell'esistenza di Israele. Semplicemente pensando di essere un governante israeliano e di avere la responsabilità del proprio popolo. Israele è solo. Deve essere forte. Deve essere brutale, perchè al primo segno di debolezza verrà colpito. E se viene colpito, se viene abbattuto verrà distrutto. E' vero che Israele ha scatenato un'offensiva brutale contro Hamas. Ed è assolutamente odioso. Ma domani esisterà ancora uno stato Palestinese, libero di votare e di eleggere autodistruttivamente chi vorrà. Esisterà una popolo palestinese. Il giorno in cui a perdere saranno gli Israeliani, verranno sterminati. E' una bella differenza.
E infine si potrebbe guardare a come muoiono i civili palestinesi. Perchè è terribile che Israele lanci missili contro i capi di Hamas nonostante la presenza di civili. Ma come si può descrivere il fatto che i capi di Hamas si nascondano tra i civili affinchè questi vengano uccisi?
Di nuovo mi tornano in mente le parole della Meir, che disse: "gli Arabi smetteranno di combatterci quando inizieranno ad amare i loro figli più di quanto odino noi".
Israele può essere un male. Ma esiste, e per sopravvivere deve combattere. E prima di condannare il modo in cui lo fa - dalla comodità delle nostre poltrone, soprattutto - forse occorre pensare a quanta scelta abbia oggi Israele nella sua lotta per la sopravvivenza. Perchè il prezzo che paga, anche vincendo, è comunque altissimo.
Golda Meir disse anche:
"Possiamo perdonarvi per aver ucciso i nostri figli. Quello che non vi perdoneremo mai è di averci costretto a uccidere i vostri".
Finchè le cose stanno così, per quanto sia difficile, io sto con Israele.
lunedì, 12 gennaio 2009
L'altra sera abbiamo finalmente avuto modo di visitare la nuova residenza (non solo estiva) di Fabio detto il Kara.
Ammetto di provare una fortissima invidia per lui, al momento. Per quanto non ami la città di Cossato e anche lo stabile sicuramente non sia il mio sogno, una volta entrati tutto cambia. E' un ambiente semplice e funzionale, come piace a me, discretamente compatto ma spazioso quanto basta. La cucina è fantastica, con una combinazione di bianco e rosso che mi piace un sacco. Ma la cosa che in assoluto mi fa rodere di invidia è quel tipico ordine che hanno le case appena inaugurate - poche cose in giro, tutte tue, tutte come le vorresti tu. La possibilità di poter dare all'ambiente in cui vivi un'impronta della tua personalità è il maggior pregio di un trasloco.
Ottima anche la cena. Avevo informato Fabio dei miei problemi con salumi e affettati, e quindi ovviamente i suddetti erano presenti in ogni portata (sadico).
In realtà l'antipasto a base di zucchine, carote, emmental e crudo (e salvia, pardon) l'ho assaggiato e se mi è piaciuto nonostante il crudo vuol dire che era ottimo. Anche le penne alla vodka con pancetta (che in generale odio) l'hanno spuntata con lode, e per quanto non ce l'abbia fatta ad affrontare il cotechino, il purè di contorno era cremosissimo.
Piacevolissima serata per me. Se per caso ti annoiassi, caro Fabio, fammelo sapere perchè per me si può ripetere volentieri.
mercoledì, 07 gennaio 2009
Ho letto il primo libro della saga (regalatami quasi interamente dal buon vecchio Dregoth) di Nicolas Eymerich, inquisitore catalano in salsa sci-fi che una dozzina di anni fa cavalcava le pagine della morente collana degli Urania.
Nicolas Eymerich, Inquisitore si legge facilmente (anche se non scorrevolmente), intrattiene e diverte a patto di saper interagire con l'insolito cocktail di italianità e tipicità della scrittura "fantastica".
Evangelisti, come tanti autori di fantascienza, ha idee intriganti, sa incastrarle in meccanismi ad orologeria efficaci quanto telefonati (ma forse in quanto telefonati) e soprattutto crea un personaggio ed un ambiente che sono assolutamente rappresentativi di una certa sottocultura, italiana e non, fumettistica e non, dell'artisticamente fervida europa delle lingue romanze (e non). Leggere Evangelisti fa pensare ad Bilal come a Gimenez. Una fantascienza medievale che traspone nel futuro incubi del passato europeo su cui sospende, almeno per finta, il giudizio.
Ripeto, a saperlo leggere è un libro piacevolissimo. Ma saperlo leggere significa non solo saperlo contestualizzare, ma anche saper accettare che Evangelisti, come tanti scrittori italiani e come quasi tutti gli scrittori di fantascienza, non sa scrivere. E quindi va ricercato il piacere delle scoperta, la fascinazione per la creatività dell'autore per cui la scrittura è solo veicolo di idee, e diviene solo lo strumento per raccontare una storia, il fine ultimo della creazione (almeno in questo caso) . Perchè cercare piacere nella lettura, ossia nell'interagire con qualcosa che è creato contestualmente e integralmente al mezzo scelto - qualcosa che è scritto e non potrebbere che essere scritto, che non può essere un film o un fumetto o un file audio perchè per essere se stesso deve essere in quella forma, perchè il fatto di essere scritto è essenziale come la storia stessa - è pressochè impossibile. La scrittura va dal didascalico al barocco con sconcertante disinvoltura. La maggior parte delle descrizioni, specie quelle degli stati d'animo di Eymerich, sono libresche ed forzate. Non c'è alcuna sofisticazione, e tutto è freddamente spiegato come se l'autore fosse ossessionato dall'idea che a qualcuno potrebbe essere sfuggita quella chiave di lettura che tanto si è affannato a suggerire. Ne consegue una scrittura che ha l'efficiacia descrittiva del tema di un liceale (pragmatica prima che artistica) e quasi mai riesce a creare quel momento di magia e di comunicazione tra scrittore e lettore in cui viene dato e ricevuto molto più di quanto quelle righe effettivamente contengono. Si tratta di quello stile di scrittura sicuramente efficiente ma decisamente poco artistico in cui alla somma delle parole è più meno corrispondente la forza dei contenuti. Evangelisti non è pessimo, ma sicuramente non è un Irving. Ma nemmeno un Gaiman.
Ora sto leggendo il secondo, e anche se è partito con una certa lentezza, mi sto trovando nuovamente intrigato. Sicuramente un regalo gradito e un buon modo per iniziare l'anno con un po' di lettura facile e stimolante per poi lanciarsi verso molte altre ancora.
giovedì, 04 dicembre 2008
Ieri sera, parlando con la mia ragazza, sono giunto ad una conclusione - forse banale - sulla quale anche lei ha convenuto senza particolare esitazioni.
Si parlava di sesso, e ad un certo punto discutendo di come i due sessi si approciano allo stesso, per cercare di farle capire cosa intendessi alla fine di un discorso piuttosto ingarbugliato, ho detto "alla fine gli uomini fanno l'amore con le donne, e le donne fanno l'amore con se stesse".
Credo sia assolutamente vero. Generalizzare è peccato, però resta il fatto che solitamente un uomo, tra le lenzuola (o sulla lavatrice o sullo skilift, che sennò mi tacciate di esser banale) sono completamente assorbiti da ciò che hanno (letteralmente) tra le mani. Il desiderio maschile è concentrato sul corpo della donna, e quasi ci si dimentica di se stessi - non dal punto di vista materiale, anzi, ma difficilmente un uomo mentre fa sesso pensa a come gli stanno i capelli, come si sentirà dopo, se ha veramente voglia o comunque una qualunque cosa che non sia il corpo di lei o una (proporzionalmente minima) parte del proprio. Generalizzo, ma resta il punto.
Invece, mi par di capire, per la donna questo processo di "autoanalisi", o meglio questo stadio di consapevolezza di sè è essenziale sin dal momento di decidere se si ha voglia. Ad un uomo per partire basta desiderare. Una donna deve sentirsi desiderata, aver voglia di essere desiderata, essere pronta ad essere desiderata e così via. Non dico che alle donne gli uomini non piacciano, ma - come in tante altre cose - sono comunque loro le protagoniste del momento. Probabilmente la natura dell'atto (anche da un punto di vista meramente meccanico e cinetico) contribuisce. Ma se ci fate caso il vocabolario da letto dell'uomo è fatto di "ti voglio", "girati", "ti piace?", "sei bellissima". Quello femminile si incentra più su "amami", "prendimi", "xxxxami".
Generalizzo, ma si vede un pattern.
Anche nelle posizioni. Qui generalizzo parecchio, ma prendiamo il classico missionario. Lui sopra, con gli occhi puntati su di lei (generalmente sul seno). Lei di sotto, spesso con gli occhi chiusi, persa chissà dove - o forse assolutamente lì, ma in una dimensione che, a differenza di quella maschile, non ha bisogno della gratificazione visiva per calarsi nel contesto.
Mi pare di capire (dall'esterno) che per la donna fare l'amore sia un processo principalmente mentale (cià, emotivo se volete). E che alla fine, senza voler condannare la cosa, noi siamo "strumenti" di un rito in cui le donne sono sacerdotesse, altari e celebranti. E per quanto frustrante, c'è qualcosa di magico in questo modo assolutamente diverso di vivere un atto che noi, invece, probabilmente viviamo con un misto di ferinità e vergogna - nel vedere la tua donna lì, con gli occhi chiusi, mentre sta con te ma anche altrove, dove forse non puoi raggiungerla.
Basta non chiedersi se dietro quelle palpebre lo sta facendo con Raul Bova. Lo sta facendo con se stessa.
Speriamo.
giovedì, 20 novembre 2008
Riflettevo in questi giorni su scuola, formazione e cultura. Tutto nasce dal mio crescente disagio per la mia recente incapacità di leggere quanto facevo un tempo - sono passato da una ventina di libri l'anno a cinque, massimo sei nel 2008. Deprimente.
E per qualche motivo mi trovavo, come spesso mi accadeva da adolescente, a fantasticare su come avrei vissuto in altri tempi. Molte di queste fantasie derivano dalla mia visita - risalente ai tempi del liceo - alla casa del Leopardi, e in particolare la biblioteca, e l'infinita fascinazione che quella vita fatta di tranquillità, studio e letture, mescolate a quei paesaggi e quell'atmosfera, esercitò ed tuttora esercita su di me.
Ma in quello che mi viene da chiedermi in questi giorni è perchè. Perchè vedo quel tempo - sicuramente più buio da un punto di vista di parità dell'offerta formativa e di strumenti - come una sorta di età dorata? Sicuramente perchè guardo ad un privilegiato dell'epoca, ma non solo.
E' vero, oggi formazione e cultura sono (sacrosanti) diritti. Ma come ogni cosa garantita, diventano scontati. Leopardi distrusse parzialmente la sua salute tanto era divorato dalla fame di conoscenza e dal costante apprendimento. Oggi noi tutti leggiamo (anche Leopardi) e studiamo a scuola un'infinità di nozioni (perchè altrimenti non possono essere definite), ma possiamo dire di avere cultura?
La domanda mi nasce da una particolare riflessione. Ad un certo punto del mio percorso formativo liceale, specificatamente in filosofia, mi resi conto che continuavo a studiare e studiare di autori che, alla fine, non avevo mai letto. Studiavo commenti, interpretazioni e riassunti di seconda mano che non possono che definirsi nozionismo, perchè senza contatto diretto non c'è vera interazione con l'opera dell'autore. Così mi comprai i Pensieri di Pascal e provai a leggere un filosofo prima di studiarlo.
Ed è questa la nostalgia, la differenza, il privilegio di Leopardi. Una formazione critica della cultura, un accesso diretto che non è filtrato da modelli e convenzioni culturali soffocanti, non è imbrigliato da standard di qualità e non è valutato da interrogazioni e compiti. Leopardi leggeva direttamente ciò che studiava. Ed è ovvio, solamente ovvio che questo ti consumi, perchè leggere 400 pagine di Pascal e capirle è ben diverso che imparare 4 pagine di libro scolastico quasi a memoria. Ma non è quello che la cultura dovrebbe essere? E se ci deve consumare, così sia.
Leopardi leggeva le opere per il piacere di leggerle. Per il piacere di conoscere. Era un privilegiato e il poter studiare l'Iliade era un dono, non un compito a casa. Noi ci forziamo e forziamo i nostri ragazzi ad imbottirsi di nozioni generiche e sterili, e in questo modo probabilmente li allontaniamo dal vero senso della cultura.
E' inutile, stupido e sbagliato creare un modello culturale in cui si "studia" il riassunto della trama dei Promessi Sposi, o dell'Ivanhoe o di che altro. Sono libri. Sono fatti per essere letti. E' quella la loro dimensione - che senso ha saperne la trama, o le innovazioni linguistiche, l'interpretazione critica sviluppata in decenni o secoli di commenti, conoscere le glosse e i profili dell'autore, se poi il libro non si è letto? Sono libri. Sono fatti per essere letti. Tutto il resto è nozionismo - è una stampella, un aiuto per il lettore. E' sicuramente importante insegnare ai ragazzi la storia della letteratura o della filosofia, dare loro strumenti critici per valutare ciò che stanno leggendo, fornire loro una visione d'insieme e notizie storiografiche sugli autori. Ma questo non deve soffocare il senso finale della lettura, ossia il contatto diretto con l'autore. Non ha senso insegnare le linee guida del pensiero di Kant a ragazzi che poi Kant non lo leggeranno mai.
Corriamo il rischio di far diventare il sapere chi è Pascal e cosa ha scritto un diritto, e al tempo stesso di far perdere di vista il senso di leggere Pascal. Stiamo trasformando la cultura in nozionismo, dalle enciclopedie a Wikipedia, strumenti utilissimi che però diventano surrogati in un mondo in cui sapere conta più che non conoscere. Ha davvero senso una scuola che ci insegna poco di tutto, se il risultato è poi quello di far sì che le opere vere e il contatto diretto con l'autore nessuno lo cerchi più?
giovedì, 23 ottobre 2008
Wow, ho ancora un blog attivo.
Appena ho un secondo libero, lo dedicherò a scrivere due parole sull'ultimo lavoro degli AC/DC.
lunedì, 21 luglio 2008
Oggi apprendo dai giornali dell'ennesimo gesto di barbarie umana e politica di Umberto Bossi.
Tuttavia, dopo il rapidissimo attimo di "indignazione" per l'offesa alla bandiera, mi sono fermato un secondo e ho fatto due riflessioni.
La prima, più semplice, è che un sacco di volte "Roma" l'ho mandata a stendere pure io. Ho pagato una cifra assurda di tasse lo scorso mese, mese che ho passato lavorando 10-11 ore al giorno 7 giorni su sette, e i cui profitti sono stati risucchiati da stipendi dei dipendenti e una botta a cinque cifre di tasse e "acconti" su tasse future.
La seconda è che mi è capitato di pensare a quante persone hanno goduto nel vedere Bossi alzare il medio contro l'inno italiano. A quante persone si sono sentite rappresentate da quel gesto. E forse, al solito, solleviamo il solito polverone contro il solito Bossi per nascondere il fatto che ciò su cui dovremmo riflettere è che c'è una solida fetta di popolazione "italiana" che italiana non si sente più, perchè non si riconosce nell'orrore in cui la nostra classe politica ha trasformato il paese. Bossi diventa un sintomo, e il vero oltraggio alla bandiera è lo scempio che ne viene fatto da decenni da lorsignori, scempio che fa sì che uno come Bossi possa guadagnare consensi sputando sul tricolore.
Ma al solito l'argomento sarà l'inciviltà di Bossi, perchè si sa, quando gli indichi la luna, lo stolto guarda il dito (medio).